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  In ricordo di Carlo Padula: un gigante del pensiero e dell'azione  
 

Fondi 4 novembre 2013

In ricordo di Carlo Padula: un gigante del pensiero e dell'azione

C'è da essere fieri di aver avuto come concittadino il dott. Carlo Padula. Una personalità fondana come poche. Ci ha lasciati, a 69 anni, venerdì 1 novembre scorso dopo aver combattuto con coraggio contro la grave malattia che lo ha colpito.

CarloPadulaMedico, autore di innumerevoli libri, fondatore del Club Lions Fondi, Governatore del distretto 108L Lions regioni Lazio Umbria e Sardegna. E' stato un gigante del pensiero e dell'azione.

L'associazione Pro Loco Fondi riconoscendo le doti e l'impegno profuso in favore della città di Fondi in diversi campi, porge le sentite condoglianze alla gentile consorte, ai figli e a tutti i suoi famigliari.

Sarà bello poter ricordare la figura e l'opera del dott. Carlo Padula in un pubblico convegno.

In qualità di giornalista e presidente della Pro Loco Fondi, gli sono grato per aver avuto la possibilità di collaborare al suo fianco e di constatarne le qualità umane e professionali.

Gaetano Orticelli

 

Riportiamo uno dei tanti editoriali scritti da Carlo Padula per la rivista "Lionismo" di cui era direttore responsabile:

MEDIA E OPINIONE PUBBLICA

di Carlo Padula

Dall’inizio del secolo scorso sono radicalmente mutati i veicoli d’informazione: la carta stampata ha progressivamente ceduto la leadership alla radio prima e alla televisione poi. Tutte e tre oggi devono fronteggiare la rapida e inesorabile avanzata della Rete, capace di integrare e sostituire ciascuna delle forme di comunicazione: il video, l’audio e la parola scritta.

Un operatore dell’informazione percepisce la forza dei mass media come mezzo che ingloba e sopravanza persino la professionalità di chi gli dà vita, quando egli stesso, estensore e diffusore delle notizie, nel momento in cui fa notare ad altri un palese errore nel messaggio propagato, subisce l’obiezione “ma l’ha detto la televisione” oppure “è scritto sul giornale”.

Il messaggio ha quindi più autorevolezza e credibilità di chi lo diffonde. Questa forza diventa ancor più dirompente nell’era di internet, dove è possibile reperire ogni tipo di informazione a cominciare da quelle totalmente false o infondate, che per alcuni diventano dogma dando adito a leggende metropolitane difficili da sradicare. Prima ancora dell’impatto dei media sull’opinione pubblica, bisognerebbe quindi chiedersi quale sia la gestazione delle notizie, come vengono articolati i media stessi.

Leggendo i quotidiani, seguendo i telegiornali, anche sfogliando i siti d’informazione, ci si rende conto che la struttura di ciascun organo di stampa è, se non la fotocopia, simile a quelli della stessa famiglia comunicativa. Su dieci quotidiani nazionali, otto hanno la stessa notizia d’apertura, che sia il 12 settembre 2001 o la domenica d’agosto di un anno qualunque. E in entrambi i casi la durata del tg è sempre di mezz’ora, così come il numero delle pagine di un giornale si mantiene standard.

A determinare questa omologazione della comunicazione, è il ruolo che ha assunto il giornalista: sempre più uomo di desk, ovvero colui che sta al computer e svolge una sorta di lavoro d’ufficio, e sempre meno cacciatore d’informazioni.
Le cause sono diverse: il cambiamento del profilo e della figura degli editori, le ridotte garanzie professionali e personali assicurate ai giornalisti che dovrebbero occuparsi di settori spinosi e ad alto tasso di rischio come le inchieste, ma anche il precariato diffuso e le remunerazioni da fame che comportano la necessità di ottimizzare la prestazione, scrivendo il maggior numero possibile di articoli, a scapito della qualità e dell’approfondimento. Perciò si assiste ad una standardizzazione dell’informazione, con i lanci delle agenzie di stampa che determinano la rilevanza delle notizie quotidiane.
Il tutto dà vita ad una sorta di circolo vizioso che si autoalimenta: il persistere delle informazioni su alcuni argomenti ne alimenta la curiosità e la penetrazione nel tessuto cognitivo della comunità, che quindi ne viene condizionata e si dimostra sensibile, e spesso vulnerabile, di fronte a notizie dello stesso tenore.

Un meccanismo che era ben chiaro anche a due ragazzini come Erika De Nardo e Omar Favaro, che dopo aver massacrato a coltellate la madre e il fratellino di lei, urlarono ai quattro venti che erano stati “gli albanesi”, trovando subito terreno fertile. E così un intero Paese si lanciò nella caccia allo straniero, arrivando a organizzare immediatamente manifestazioni per chiedere l’espulsione degli extracomunitari, prima ancora che fossero accertate le reali responsabilità e la veridicità delle parole dei due ragazzi.
Se Erika e Omar sono stati capaci di intuire la logica perversa del funzionamento della macchina informativa, figuriamoci come essa può essere sfruttata a proprio piacimento da chi ne ha in mano le leve, dirette e indirette.
Oltre al possesso degli organi di stampa, l’abilità sta nel dettarne agenda e priorità. I lanci d’agenzia diventano il riferimento, e quindi un soggetto autorevole che dirama un comunicato stampa su un determinato argomento ad inizio giornata ha elevate probabilità che, salvo eventi trascendentali, quell’argomento diventi il tema del giorno, instradando gli altri attori del sistema ad intervenire sulla stessa materia.

Così si catalizza l’attenzione su una precisa questione, e le capacità comunicative di chi diffonde la notizia originaria possono determinare la maniera in cui l’opinione pubblica recepisce il messaggio. Il ruolo del giornalista, e più in generale dell’operatore dell’informazione, dovrebbe essere quello di filtrare e dare la giusta dimensione alla notizia, annusandola, approfondendola, osservandola da tutti i punti di vista e valutandone ogni sfaccettatura. Ma spesso il giornalista non sa, non può o, peggio, non vuole.
Così la notizia arriva a destinazione senza filtro, e il senso critico dei singoli spesso non è in grado di esercitare la sua forza sull’intera opinione pubblica, che quindi assorbe il messaggio nella maniera desiderata da chi lo ha diffuso, ovvero in modo parziale e orientato.
Ovviamente il tutto è accresciuto e dilatato qualora il diffusore del messaggio sia anche il padrone del vapore, e della locomotiva.

I media hanno smarrito il loro ruolo di scandaglio. Con il passaggio dal predominio della carta stampata a quello della televisione, si sono ridotte anche le opportunità di analisi da parte del fruitore dell’informazione. Il testo scritto consente riflessioni, si può rileggere, commentare, valutare secondo i tempi di comprensione di ciascuno.
La televisione, invece, condensa e comprime: se non si sono colte le sfumature di ciò che è stato trasmesso, non è possibile tornarci sopra. Così in pochi si sono accorti che il principale telegiornale nazionale ha spesso realizzato servizi politici senza giornalisti, inviando un operatore e un “reggitore di microfono” a riprendere le dichiarazioni dell’onorevole di turno, che quindi poteva parlare a ruota libera senza alcun tipo di contraddittorio. Internet, la nuova frontiera, dovrebbe superare i limiti della tv, poiché è possibile rivedere i filmati più volte, cercare di capire il non detto, esercitarsi nel libero pensiero.
Oltre, naturalmente, a consentire forme alternative e integrate di informazione accessibili a tutti anche sotto il profilo dei costi economici con blog e spazi web gratuiti, voci libere che non devono rispondere ai grandi Gruppi editoriali e che, potenzialmente, hanno la stessa visibilità degli altri: al di là della notorietà pregressa su Internet partono tutti alla pari.

Ma tutto questo ha un contrappeso dirompente: proprio per i motivi appena espressi, su internet, in buona sostanza, può comunicare chiunque. Perciò se l’opinione pubblica è stata fortemente condizionata in un senso, non essendo abituata all’esercizio critico tenderà a cercare conferme e non smentite: siccome in rete si trova tutto e il contrario di tutto, non faticherà ad alimentare le proprie convinzioni, senza preoccuparsi di verificare l’autorevolezza della fonte. Anche perché, pure la verifica delle fonti è conseguenza del senso critico, ormai perduto.

Così l’opinione pubblica non partecipa alle scelte ma le subisce, non determina i soggetti che la devono rappresentare ma è succube dei meccanismi di creazione del consenso, non esercita una volontà ma ha delegato ad altri il proprio libero arbitrio. E il peggio è che non se ne accorge.

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