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Fondi 21
gennaio 2012
Grande attesa a Fondi per la presentazione
del voluminoso “Vocabolario del dialetto fondano” di Enzo
d’Ettorre
L’opera postuma è stata curata dalla moglie Carmina
Izzi e pubblicata dalla Core Print System. Volume di oltre trecento pagine
donato a Fondi e ai fondani
La presentazione del primo e unico “Vocabolario del dialetto fondano”,
si svolgerà domani domenica 22 gennaio, alle ore 18,30 nella sala
del Castello Caetani di Fondi. Grande l’attesa per un’opera
ciclopica, frutto di decenni di lavoro dell’autore Enzo d’Ettorre
prima e della moglie Carmina Izzi poi. Ma anche della Core Print System
che ha voluto fare omaggio a d’Ettorre e alla città di Fondi
curando scrupolosamente il lavoro di grafica e stampa e assumendosi l’intero
onere finanziario della pubblicazione.
All’evento,
presentato dal giornalista Gaetano Orticelli, interverranno: Giulia Rita
Eugenia Forte, responsabile archivio della memoria del ‘900 città
di Fondi; Silvia Capotosto, dell’Università Tor Vergata di
Roma; Mauro Caporiccio, autore televisivo e sceneggiatore; don Luigi Mancini,
sacerdote e amico dell’autore.
“Quest’opera, iniziata molti anni fa da Enzo d’Ettorre,
col quale ho condiviso molti anni della mia vita, - scrive Carmina Izzi,
vede la luce solo dopo tredici anni dalla sua dipartita, avvenuta nel
1999.
Il desiderio di un dizionario dialettale nacque in Enzo contemporaneamente
alla raccolta dei “Modi di dire” e dei “Proverbi”
fondani che pubblicò alla fine degli anni ‘80. Gli amici
e quanti erano a conoscenza del progetto, mi hanno sollecitata affinché
il lavoro non andasse perduto, ma venisse pubblicato per restare patrimonio
delle nuove generazioni”.
“L’Autore con un lavoro certosino durato a lungo nel tempo,
completato egregiamente dalla consorte, - afferma Giulia Forte - ha ricercato
le radici dei lemmi utilizzati dai nostri Padri. Leggendo i significati
dei lemmi selezionati, si colgono bozzetti folcloristici, spaccati di
vita e mestieri di una volta, per cui il lavoro del d’Ettorre non
è solo una raccolta ben organizzata di voci, ma il racconto di
una società contadina con i suoi caratteristici modi di fare; la
rappresentazione
della vita semplice di paese”.
“Il pregio del lavoro – fa sapere don Luigi Mancini - sta
nel fatto che l’autore non ha avuto «fonti» da consultare.
Tutto è stato ricavato dalla viva voce, dall’ascolto, dai
ricordi di infanzia, dal dialogo con persone avanti negli anni. Enzo d’Ettorre
ha messo in ordine alfabetico con rigore glottologico i vocaboli, li ha
classificati sotto le singole lettere. Di ogni parola ha annotato l’aspetto
grammaticale, la derivazione dal latino e la «chiosa» dei
modi di dire o meglio dei costrutti popolari che si erano aggiunti al
vocabolo ed erano diventati patrimonio espressivo e comunicativo”.
“Non è stato facile riportare quest’opera sulla carta
stampata – scrive nella nota la Core Print System – per una
serie di problemi legati proprio alla trascrizione del dialetto a causa
delle diverse “font” da dover utilizzare di volta in volta
per rendere leggibile la “parola” nel giusto modo. Questo,
naturalmente, ha fatto sì che il lavoro procedesse molto lentamente.
Dopo diversi anni di lavoro, quindi, ci troviamo alla fine di quest’opera
che abbiamo realizzato, curandone l’impaginazione e la stampa non
solo per amore verso Enzo d’Ettorre al quale siamo uniti da legami
di parentela, ma anche con amore verso questa città convinti che
chi parla il dialetto si auto-identifica col proprio territorio, rafforzando
così il legame culturale con la tradizione”.
Enzo d’Ettorre (1923-1999) ha frequentato
il liceo classico a Formia e poi la facoltà di giurisprudenza presso
l’Università di Roma. Amante del sapere ha sempre cercato
di ampliare le sue conoscenze attraverso un’indagine e un approfondimento
delle cose.
Dello stesso Autore
In Punta di penna (1988); “Modi di dire” e dei “Proverbi”
fondani (fine anni ’80); La Risacca (1991); Remùggene (1993);
Isoipse (1994); Album (1997).
È inserito con le sue liriche nelle seguenti antologie di poeti
contemporanei:
Antologia del premio letterario nazionale di letteratura “Città
della Spezia” per gli anni 1983-’84-’85-’86-’87;
Antologia del Premio Nazionale “Cinque Terre”, 1988; Antologia
Premio “S. Valentino” Umbria, 1984; Antologia “Ju Zirè
d’oro” Premio L’Aquila, 1986; Antologia di poeti contemporanei
“Questa mia terra”, 1989; Antologia “Il Gallo d’oro”,
Città di Aversa, 1989; Antologia “Amore è poesia”
di autori contemporanei italiani e stranieri, 1990;
Antologia Premio Nazionale di Poesia di ispirazione cristiana “Suessa
Mater”.
PREMESSA
Quest’opera, iniziata molti anni fa da Enzo d’Ettorre, col
quale ho condiviso
molti anni della mia vita, vede la luce solo dopo tredici anni dalla sua
dipartita, avvenuta nel 1999, e forse la sua realizzazione si discosta
dal
piano dell’Autore.
Il desiderio di un dizionario dialettale nacque in Lui contemporaneamente
alla raccolta dei “Modi di dire” e dei “Proverbi”
fondani che pubblicò
alla fine degli anni ‘80.
Il lavoro, da parte sua, di ricerca di parole, scavate nella memoria o
ascoltate da chi conservava integra la pronuncia, è durato anni,
occorreva,
poi, confrontare, correggere, sistemare; tutto, purtroppo, ha avuto un
rallentamento
con la sua malattia e l’interruzione con la sua morte.
Gli amici e quanti erano a conoscenza del progetto mi hanno sollecitata
affinché il lavoro non andasse perduto, ma venisse pubblicato per
restare patrimonio
delle nuove generazioni.
Inizialmente ho rifiutato l’idea, ma poi, riflettendo sull’amore
con cui
Enzo aveva lavorato e sul suo grande desiderio di completare l’opera
(tanto
che vi lavorava anche nei momenti di sofferenza), mi sono adoperata a
completare
e a revisionare tutte le schede e sistemarle in ordine alfabetico. Lavoro
non semplice perché il dialetto è una lingua esclusivamente
parlata e
quindi di difficile scrittura, e a volte anche di traduzione, ma va elogiato
Chi ha cercato e cerca di valorizzarlo perché è una lingua
attraverso la quale
le persone riescono con più forza ad esternare il proprio modo
d’essere, l’appartenenza
al proprio territorio.
Fondi, facendo parte del Regno di Napoli, ha subito l’influenza
napoletana,
ma non solo, infatti il nostro dialetto ha anche vocaboli la cui etimologia
va ricercata nella lingua araba, spagnola, francese, a causa delle varie
vicissitudini storiche.
Sicuramente la presente Opera non esaurisce tutta la ricchezza del dialetto
fondano, perché di molti vocaboli si è perso il ricordo
e sono scomparse
le persone che abitualmente facevano uso delle forme più arcaiche.
Essa può essere considerata un documento da cui partire per approfondire
la tematica.
Mi scuso con i lettori per eventuali inesattezze o dimenticanze sfuggite
all’attenzione,
a causa dell’inesperienza, ma spero fiduciosa che, lo sforzo profuso
possa essere colto nella sua valenza.
Voglio, infine, ringraziare la CORE Print System che ha voluto fare
omaggio ad Enzo e alla città di Fondi curando scrupolosamente il
lavoro di
grafica e stampa e assumendosi l’intero onere finanziario della
pubblicazione.
Carmina Izzi d’Ettorre
INTRODUZIONE
Ritengo sia un privilegio per me, responsabile dell’“ARCHIVIO
STORICO
DELLA MEMORIA” del ‘900 della Città di Fondi, accogliere
da Carmina
Izzi (a cui mi legano affetto, parentela e stima reciproca) la richiesta
della
stesura di alcuni cenni introduttivi alla presente Opera a cui, per lungo
tempo, ha lavorato l’Emerito Enzo d’Ettorre e che, successivamente,
la stessa
Signora Izzi, con tenacia e determinazione, ha portato a compimento.
La nostra Città è ricca di tradizioni che vanno riscoperte
e salvaguardate.
Il “dialetto” costituisce una di esse e rappresenta un elemento
unico, considerata
la sua originalità e la diversità rispetto ai dialetti dei
centri limitrofi.
Il “vernacolo” è la lingua primaria di una comunità,
trasmessa essenzialmente
per via orale; esso ha da sempre costituito il patrimonio delle popolazioni
rurali, nei tempi passati poco alfabetizzate, ma ricche di
conoscenze, valori, spinte sociali e solidali espresse in modo forte nella
quotidianità.
Lo scopo di un “dizionario dialettale” è quello di
ricondurre le espressioni
linguistiche ad una matrice univoca.
La riflessione sulla lingua e la rivitalizzazione delle sue radici, ora
che le
globalizzazioni, dall’economica alla monetaria, dall’alimentare
alla culturale
tendono alla massificazione, diventano un punto di forza della stessa
comunità.
Il d’Ettorre, dopo la raccolta dei “Modi di dire” e
dei “Proverbi” fondani
pubblicati alla fine degli anni ottanta, alla luce di questa convinzione,
ha
voluto realizzare una raccolta con traduzione, etimologia e pronuncia
di
circa seimila vocaboli, alcuni dei quali in disuso già da tempo
e che rischiano,
come accaduto ad altri termini, di scomparire per sempre dalla memoria
collettiva.
L’Autore con un lavoro certosino durato a lungo nel tempo, completato
egregiamente dalla consorte, ha ricercato le radici dei lemmi utilizzati
dai
nostri Padri.
Il “dialetto fondano” affonda le radici nell’antica
lingua osca1, parlata nel
centro-sud d’Italia prima dell’etrusco, del greco e del latino.
A testimonianza di ciò Natale Cavatassi2, in uno studio sulla lingua,
evidenzia nel nostro dialetto la forte incidenza dell’anaptissi3
, come in «fàveze
» (falso), «curejuse» (curioso) e altre espressioni
che contengono una notevole
ascendenza arcaica e richiami ai primitivi alfabeti sillabici del
sanscrito, ellanico e accadico. A questa, nel tempo, si aggiungerà
l’influenza
latina, araba, francese, spagnola che produrrà una costante e continua
trasformazione,
come ampiamente attestato dal d’Ettorre.
Alla luce di questi elementi è difficile negare l’importanza
della salvaguardia
di un patrimonio così prezioso.
Tullio De Mauro4, uno dei maggiori studiosi di linguistica italiani, sin
dagli anni sessanta del ‘900, ha affrontato il problema del declino
dei dialetti
ed ha notato come le dichiarazioni in questo senso ripetano, con poche
varianti, quelle presenti in molti dizionari dialettali fioriti durante
o poco
dopo gli anni dell’unificazione politica nazionale (1861).
Per fortuna, il faticoso cammino intrapreso dalla popolazione italiana
verso l’appropriazione effettiva della lingua nazionale, una lingua
ancora
cinquant’anni fa “straniera in patria, una vera lingua di
minoranza”, come
affermava ironicamente il glottologo Giambattista Pellegrini5, non ha
scacciato
dalle regioni i dialetti, ma si è accompagnata e si accompagna
ad essi,
al persistere del loro uso sia pure in forme nuove rispetto al passato.
La maggiore sicurezza linguistica, creata dal sempre più largo
e diffuso
possesso dei mezzi espressivi che consentono di passare, a seconda delle
occorrenze,
dai registri accentuatamente locali ai registri espressivi nazionali,
ha scongiurato una diffusa “dialettofobia”.
In Italia, oggi, il dialetto viene riscoperto, studiato e fatto conoscere.
Manca, ancora, nella nostra cultura letteraria un corpus organico degli
scrittori nei dialetti italiani, ma accanto agli accademici specialisti
si registra
gradualmente una crescita di lavori pregevoli volti alla documentazione
e allo studio lessicografico delle diverse realtà dialettali.
La fatica, che ho l’onore di presentare, è una testimonianza
di questo
moto largo e profondo “in fieri”.
Infatti il lavoro di d’Ettorre ed Izzi risponde a quest’esigenza
di recupero
ed ha, tra gli altri, il merito di proporsi alla consultazione invitando
ad una
lettura gustosa e affascinante, in cui risuonano nette, precise, documentate
l’eco del passato e le voci del presente.
Leggendo i significati dei lemmi selezionati, si colgono bozzetti folcloristici,
spaccati di vita e mestieri di una volta, per cui il lavoro del d’Ettorre
non è solo una raccolta ben organizzata di voci, ma il racconto
di una società
contadina con i suoi caratteristici modi di fare; la rappresentazione
della vita semplice di paese. Sfogliando le pagine si scorgono «cròcchije»
di
donne intente nelle piazzette a «stutarà i tùtere»,
nel vicoletto s’incontra
«j’arrutìne a arrutà ju serrìcchie»,
si vede qualche bimbo sull’uscio di una
modesta casa «angiònge aj’nonne», in Chiesa si
raccolgono donne in preghiera
per «arrenfrescà l’anema de i morte» e, perché
no, vicino alla cantina
barcolla «nu poveròme angiurgiàte».
Lentamente appare in un dipinto folcloristico Fondi con i suoi costumi
e modi di fare.
Opera significativa, dunque, la presente, strumento di lavoro utile ad
esperti e ricercatori di storia locale e non solo; pietra miliare che
potrà preservare
il dialetto fondano da una lenta ma irrimediabile estinzione o da
un totale appiattimento sull’italiano, se dovessimo perdere il senso
e il gusto
delle nostre radici.
Il Vocabolario Dialettale di d’Ettorre ed Izzi ha il pregio di far
«recurdà»,
agli adulti, «Fùnne de na vota»; ai giovani di far
«canòsce i tempe de nonne
vavòne» e, credetemi, non è poca cosa!!!
Responsabile “ARCHIVIO MEMORIA”
Giulia Rita Eugenia Forte
PRESENTAZIONE
Il dialetto per la sua immediatezza, per la sua spontaneità e per
le sfumature
degli accenti e la ricchezza dei vocaboli ha permesso per secoli ed in
parte ancora permette una facile comunicazione all’interno delle
tradizioni
e delle radici culturali. Inoltre «il dialetto», lingua parlata
in un «luogo», costituisce
la componente caratteristica della popolazione.
Purtroppo il dialetto sta scomparendo dai rapporti quotidiani tra le persone.
Le cause di questa scomparsa sono molte e non è il caso di analizzarle
in questa sede. Vanno però menzionati i tentativi di recupero e
di rivalutazione
culturale che restano frammentari ed episodici.
Il prezioso lavoro di Enzo d’Ettorre è un recupero «scientifico»
ed «organico
»; va considerato come pilastro basilare per la custodia e la salvaguardia
del patrimonio lessicale fondano.
Enzo, poeta, studioso attento, ricercatore rigoroso, filologo ed erudito
fantasioso,
con costante impegno ha raccolto un vasto repertorio di vocaboli da
«costruire» un «vocabolario» ossia un autentico
lessico della madre lingua
fondana. Con questo suo lavoro, che viene pubblicato postumo, ci fornisce
un’opera nuova, originale ed eccezionalmente importante. Un’opera
unica
e rara nel suo genere.
L’idea di comporre un «vocabolario del dialetto fondano»
è nata in Enzo
dall’amore per questa nostra città, dall’entusiasmo
che egli percepiva nelle nostre
espressioni e dalla constatazione che i giovani non comprendevano vocaboli
ed espressioni usate dai nonni.
Egli si è assunto l’onere di raccogliere i vocaboli per disporre
il materiale
linguistico in maniera organizzata e funzionale per «recuperare»
un patrimonio
e facilitare il compito di consultare, comprendere e comunicare.
Caratteristica fondamentale di questo vocabolario è quella di essere
stato
costruito per recuperare la tradizione lessicale fondana dal dialetto
arcaico
alle espressioni più recenti.
Il pregio del lavoro sta nel fatto che l’autore non ha avuto «fonti»
da consultare.
Tutto è stato ricavato dalla viva voce, dall’ascolto, dai
ricordi di infanzia,
dal dialogo con persone avanti negli anni.
Enzo d’Ettorre ha messo in ordine alfabetico con rigore glottologico
i vocaboli,
li ha classificati sotto le singole lettere. Di ogni parola ha annotato
l’aspetto grammaticale, la derivazione dal latino e la «chiosa»
dei modi di
dire o meglio dei costrutti popolari che si erano aggiunti al vocabolo
ed erano
diventati patrimonio espressivo e comunicativo. Ad esempio di «allantranà»
Enzo ci dice che è verbo riflessivo, che significa «stravaccarsi»
e che veniva
usato per narrare di uno che si «sdraiava scompostamente sul letto
e si addormentava».
Un lavoro minuzioso, scrupoloso, paziente che merita la riconoscenza di
tutta la cittadinanza. Non solo gli scolari dei primi anni ma anche gli
studenti
universitari, gli insegnanti, gli studiosi, ma soprattutto i responsabili
della civica amministrazione devono apprezzare con riconoscenza e valorizzare
questo raro esemplare del «vocabolario del dialetto fondano»,
il primo
nel suo genere, completo ed organico che fissa in maniera indelebile il
lessico,
i costrutti, l’idioma in uso nella nostra città.
A lui merito e riconoscenza dopo un decennio dalla sua scomparsa e pari
riconoscenza anche alla sua consorte Carmina che ha fatto la cosa più
logica
ed intelligente da fare: «non rendere vano» il lungo e paziente
lavoro di un
appassionato cultore della nostra terra, della nostra storia e delle nostre
tradizioni,
né lasciarlo chiuso in un cassetto, ma consegnarlo alla fruizione
di
tutti.
Sac. Luigi Mancini
NOTE A CURA DELLA CORE PRINT SYSTEM
Non è stato facile riportare quest’Opera sulla carta stampata
per
una serie di problemi legati proprio alla trascrizione del dialetto a
causa
delle diverse “font” da dover utilizzare di volta in volta
per rendere
leggibile la “parola” nel giusto modo. Questo, naturalmente,
ha fatto sì che
il lavoro procedesse molto lentamente. D’altra parte la rappresentazione
per
iscritto dei suoni parlati è sempre stata di difficile attuazione.
Se la «lingua
codificata», in generale, ha bisogno di regole nella trascrizione,
ancor più
una «lingua dialettale» ha bisogno, per essere trascritta,
di regole sicure, di
segni inconfondibili ed univoci.
Dopo diversi anni di lavoro, quindi, ci troviamo alla fine di quest’opera
che abbiamo realizzato, curandone l’impaginazione e la stampa non
solo
per amore verso Enzo d’Ettorre al quale siamo uniti da legami di
parentela
ma anche con amore verso questa città convinti che chi parla il
dialetto si
auto-identifica col proprio territorio, rafforzando così il legame
culturale
con la tradizione.
Un grazie, quindi, a zio Enzo per aver lasciato in eredità a tutti
i fondani
questo patrimonio culturale sicuri di avergli fatto cosa gradita pubblicando
questa Opera a cui lui teneva in modo particolare certi che da lassù
ci
sorride con affetto…tutte cundènde.
Rita Sposito |
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