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“1911 LA RIVOLTA DI ITRI” - Il libro verità sarà presentato oggi a Itri

 
 

Fondi 26 febbraio 2011

 

“1911 LA RIVOLTA DI ITRI” - A cento anni da un eccidio
Il libro verità sarà presentato oggi a Itri
L'iniziativa nasce dalla volontà di costruire un ponte ideale tra Itri e la terra di Sardegna


Oggi alle ore 18,00 sarà presentato, presso la sala consiliare del Comune di Itri, l'ultima produzione letteraria dello storico Pino Pecchia: “1911 La rivolta di Itri . A cento anni da un eccidio”. Il fatto, il pretesto, il contesto, il processo, il commento di una ferita che ancora sanguina.
Relatore della serata l'Avv. Ernesto Schiappa. Nell'invito rivolto alla cittadinanza a partecipare all'evento, il Sindaco di Itri Giovanni Agresti spiega che “Pino Pecchia, a distanza di sette anni, ritorna su di un fatto di cronaca che ci vide coinvolti, il 12 e 13 luglio del 1911, i drammatici scontri con centinaia di operai sardi venuti a Itri per la costruzione della “Direttissima” Roma-Napoli”. Un libro verità con cui l'autore getta un ponte ideale tra Itri e la terra di Sardegna dove ci auguriamo che potrà giungere forte il segno dell'indagine storica condotta da Pino Pecchia.

Il libro è stato pubblicato per i tipi dell'Arti Grafiche Kolbe di Fondi
L'evento sarà presentato dal giornalista Gaetano Orticelli.

Scrive l'autore in una sintesi del libro:
Dopo la pubblicazione del saggio storico I Sardi a Itri, nel 2003, sono entrato in contatto con alcuni discendenti di personaggi, protagonisti o testimoni, di quel tragico avvenimento. Uno stimolo per ricercare documenti e nuovi elementi, per ricostruire altri aspetti di quella triste vicenda.
Nel 1911 fu mostrato all’opinione pubblica nazionale il volto della comunità itrana intrisa di insofferenza razziale, sanguinaria e asservita alla camorra.
Oggi con maggiore obiettività, è possibile affermare che fu una rivolta di piazza, generata da una difficile convivenza, esasperata dal movimento sindacale e favorita dal lassismo delle istituzioni, che non seppero prevenire la precipitazione degli stati d’animo.
Un evento drammatico iniziato con alterchi, andò via via inasprendo gli animi dei locali che reagirono agli atteggiamenti provocatori di pochi operai facinorosi e si concluse con l’uccisione di tre operai sardi e il ferimento di venti di loro.
La reazione degli itrani fu passionale e, come tale, indirizzata verso una giustizia fai da te - commessa da una folla briaca -, come affermarono più difensori. Fu uno scontro senza precedenti, che provocò infuocati dibattiti in Parlamento.
Gli atti di libidine nei confronti delle donne di Itri, al di là del numero e delle reali conseguenze, che poterono procurare alle stesse, scatenarono, secondo la cultura del tempo, a difesa del proprio talamo, gli istinti più bassi, che si manifestarono come disse il sottosegretario all’Interno Falcioni, in “... feroce aggressione”.
Durante il processo le due etnie furono giudicate con severità dal Procuratore Generale.
Riferendosi agli operai giunti da ogni parte d’Italia per la “Direttissima” disse: “… I più prepotenti e arroganti erano i sardi e tra loro riuniti, per quello spirito di solidarietà, che saldamente fuori la patria di origine avvince gli isolani, si davano all’orgia, disturbando la quiete pubblica e trascorrendo talora a private contese ed a reati contro la quiete pubblica.”
Con altrettanta fermezza giudicò gli itrani, constatando che c’era da: ”... Restarne offeso il sentimento d’italianità”.
Queste le date più significative, preludio alla rivolta di Itri:
-27 ottobre 1910, lettera del sindaco al sottoprefetto per comunicare i disordini provocati dai sardi, i quali pretendevano, contrariamente alle leggi sanitarie, che fossero svolti in chiesa i funerali di un operaio morto di colera.
-4 marzo 1911, lettera del sindaco al prefetto per denunciare lo stato di compromissione morale e per avere i sardi aggredito certo Angelantonio de Simone nella sua abitazione.
-7 maggio 1911, l’esplosione di cariche di dinamite presso le abitazioni di Alessandro Agresti e Pietro Picano, che il sindaco denuncia al prefetto il giorno successivo.
-8 maggio 1911, richiesta del sindaco al Ministro dell’Interno di adeguata forza pubblica “ ... per riparare a qualsiasi funesto evento e conflito di sangue”.
-17 maggio 1911, l’omicidio di Michele Di Biase di Itri avvenuto alla stazione di Sonnino per mano di due sardi che abitavano a Itri.
La reazione del 13 luglio fu smisurata, anche se scaturita dalla provocazione. Colpa di un viscerale campanilismo, allora dominante, che provocava reazioni incontrollate, solo per futili motivi.
Un magistrato illuminato, subito dopo i fatti, seppe inquadrare in modo imparziale, l’irrazionale comportamento della ribellione. Era il Pretore di Fondi Giuseppe Pelosi, il quale scrisse: “Il conflitto con le sue tristissime conseguenze si sarebbe potuto evitare solo spiegandosi da parte di chi di dovere una maggiore oculatezza ed energia nel prevenirlo…”.
Primo fra tutti il diniego partecipato dal Ministro dell’Interno Giolitti, che rigettò la richiesta del sindaco d’Arezzo per il potenziamento della forza pubblica a Itri.
Il malessere, causato dalla ditta Spadari, vincitrice dell’appalto, per le retribuzioni pagate ai lavoratori sardi, al di sotto del dovuto.
Il sindacato non fu da meno, soffiò sul fuoco della rivolta operaia per i bassi salari, denunciando continuamente la presenza della camorra, collegandola alle autorità itrane che avrebbero sobillato per mero interesse la popolazione contro gli operai sardi. Pur volendone legittimare l’operato, il sindacato sottovalutò quanto stava montando tra le due comunità.
La camorra? Nessuna documentazione certa. Non escludo che abbia condizionato con degli infiltrati la convivenza tra gli operai, fomentando disordini, alterando il precario equilibrio esistente tra sardi e itrani. La tensione raggiunse il culmine con l’uccisione di Michele Di Biase, benestante di Itri.
Certo è che l’omicidio non passò inosservato, quasi tutti i protagonisti di quella sciagurata rappresentazione della follia, ne fecero menzione. Erano consapevoli, pur senza ammetterlo apertamente, che un fatto del genere poteva mettere in crisi un intero paese e farlo reagire in modo inconsulto. È ciò che accadde!
A Fondi, dove vivevano seicento operai sardi in baracche distanti sei chilometri dal centro abitato (loc. Sant’Andrea), la situazione non era migliore.
Quando la stampa sarda rilevò che la convivenza con i “fondani” non aveva suscitato frizioni di alcun genere, non conosceva bene la situazione logistica, non paragonabile a quella di Itri, dove gli operai vivevano a contatto diretto con la comunità locale, la cui vita risultava stravolta per i turni di lavoro cui erano sottoposti gli operai della ferrovia, nell’arco delle ventiquattrore.
Sono tanti gli aspetti negativi che caratterizzarono la permanenza degli operai giunti in Campania per la ferrovia, né mancarono gli irresponsabili atteggiamenti di chi avrebbe dovuto prevenire lo stato conflittuale più che evidente, che andava montando tra sardi e itrani, portatori delle identiche caratteristiche. Tutto questo portò ad un conflitto esistenziale che ebbe il suo epilogo drammatico, inimmaginabile, appena un anno prima.
Furono arrestati cento itrani. Stessa sorte toccò al sindaco Gennaro Burali d’Arezzo e ai consiglieri Bonelli e Pennacchia, le accuse per loro erano piuttosto pesanti: la premeditazione, la concussione e l’istigazione alla rivolta. La Pubblica Accusa, sulla base di un processo indiziario, che a qualunque costo doveva dare all’opinione pubblica nazionale dei colpevoli, rinviò a giudizio 33 imputati. Sindaco e consiglieri furono prosciolti da ogni accusa e rilasciati con altri indiziati.
L’esito della causa non era scontato, anzi il rischio di pesanti condanne divenne possibile, quando i giudici condannarono nove contumaci ad un minimo di 17 ad un massimo di 30 anni di reclusione.
I 33 imputati dopo circa tre anni furono assolti dalla giuria popolare della Corte d’Assise di Napoli, per non aver commesso i fatti loro imputati.
La rivolta fu usata come un grimaldello. Cento anni fa si volle denunciare, da parte di certa stampa che soffiava sul fuoco della lotta politica, l’arretratezza dell’isola: non essendo l’agricoltura e la pastorizia risorse sufficienti per tenere il passo con altre regioni italiane. I fini erano più che giustificati: non il mezzo!
Non ho emesso sentenze, in questo nuovo testo. Considerazioni rigorose sì, secondo le circostanze, per entrambe le etnie. Ho pubblicato i documenti dai quali ho attinto, utili per leggere il tutto con spirito critico, perché ognuno possa giungere a personali e motivate conclusioni.
La rivolta di Itri è un frammento di storia d’Italia, unita allora da appena 50 anni, ma ancora lontana da quel senso di unità nazionale che faticava allora e, pare, ancora oggi. Affido alla passione e all’intelligenza del lettore un possibile responso. Questi sono casi in cui la ricerca non giunge a una sentenza, ma almeno si accosta il più possibile allo svolgimento dei fatti.