| |
Fondi 14 aprile 2009
APERTURA DEL SINODO
DIOCESANO
IN OCCASIONE DELLA MESSA CRISMALE
Il nostro Arcivescovo S.E. Mons. Fabio Bernardo D'Onorio nel
porgere i suoi auguri di una Santa Pasqua a tutto il popolo di Dio della
Chiesa che è in Gaeta intende diffondere la sua omelia della santa
messa crismale in occasione della quale è avvenuta anche l'apertura
del Sinodo Diocesano.
Può essere proficua occasione di riflessione per tutte le persone
di buona volontà.
E ancora gli operatori della comunicazione potranno nei prossimi giorni
utilizzarne parti per far conoscere l'analisi della Chiesa sulla società
e le problematiche dell'oggi.
Riportiamo il testo integralmente:
“Venerato Fratello Pier Luigi, Amati Presbiteri e Diaconi.
Carissimi Religiosi , Religiose e Seminaristi, Diletti amici dell’Azione
Cattolica e delle Aggregazioni laicali, Validi collaboratori Catechisti
e Insegnanti, Voi tutti della santa e amata Chiesa di Gaeta
Nella preghiera di colletta di questa santa eucarestia abbiamo pregato
di essere partecipi della consacrazione di Cristo Gesù, messia
e Signore, per essere testimoni nel mondo della sua opera di salvezza.
Come Chiesa santa di Gaeta eccoci insieme, in questa luminosa Chiesa parrocchiale
di san Paolo, tutti celebranti l’eucarestia , a vario titolo e grado,
per il rito di benedizione del sacro crisma e degli olii per i catecumeni
e per gli infermi.
“Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri sarete detti”.
La promessa che il Signore fa al suo popolo mediante il profeta Isaia,
in Xo Gesù trova pieno compimento, il quale, nella rivelazione
della seconda lettura ci ha detto mediante l’apostolo Giovanni che
“ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre”.
Renderemo perciò particolari grazie al Signore nostro Dio nel Prefazio
proprio perché Egli comunica il sacerdozio regale a tutto il popolo
dei redenti e poi, con affetto di predilezione, sceglie alcuni tra i fratelli
che mediante l’imposizione delle mani fa partecipi del suo mistero
di salvezza”.
E proprio per i sacerdoti e per la loro delicata missione il Papa ha indetto
uno speciale anno di preghiera e riflessione, che avrà inizio dal
19 giugno prossimo nella ricorrenza dei 150 anni della morte del santo
Curato d’Ars: nel ricordo di questo santo Parroco il pensiero affettuoso
va ai nostri sacerdoti anziani o ammalati.
E’ celebrazione tutta particolare questa del sacro Crisma che richiama
e risveglia la gioia, la vitalità, la santità del sacerdozio:
consapevolezza, umile e fiera, di essere tutti partecipi della consacrazione
e missione stessa di Gesù per annunziare ai poveri un lieto messaggio
e predicare un anno di grazia del Signore.
Questa, dunque, la missione della Chiesa, questa la missione santificatrice
dei presbiteri, questa la missione di ogni battezzato in ogni tempo e,
in modo particolarmente urgente nell’oggi di questo nostro mondo
in continuo dinamismo ed evoluzione.
Il Concilio Vaticano II nella LG, la costituzione dogmatica sulla Chiesa,
afferma essa che è comprensibile solo come mistero di partecipazione
alla vita del Padre, del Figlio e dello Spirito, e parimenti come popolo
di Dio sacerdotale, regale e profetico in cammino nella storia, come mistero
di comunione, come sacramento, segno e strumento dell’intima unione
con Dio e dell’unità del genere umano.
La Chiesa riscopre così se stessa e la propria realtà, presente
e vitale, nelle Chiese particolari, nelle quali e dalle quali e per le
quali esiste.
Il Vangelo, che è Cristo costantemente annunziato, e l’Eucarestia,
memoriale della sua offerta di vita agli uomini, sono il cuore di ogni
Chiesa particolare, che è la Diocesi, il nucleo intorno al quale
il Vescovo raduna la sua Chiesa perché essa si costituisca e abbia
la vita.
In un suo lucido e puntuale intervento Papa Benedetto XVI ha detto: “Il
secolarismo mette a dura prova la vita cristiana dei fedeli e dei pastori.
Invade ogni aspetto della vita quotidiana e sviluppa una mentalità
in cui Dio è di fatto assente, in tutto o in parte, dall’esistenza
e dalla coscienza umana.
Questa secolarizzazione non è soltanto una minaccia esterna per
i credenti, ma si manifesta già da tempo in seno alla Chiesa stessa,
sicché snatura dall’interno e in profondità la fede
cristiana e di conseguenza snatura lo stile di vita e il comportamento
quotidiano dei credenti.
Subentra la mentalità che non c’è più bisogno
di Dio, di pensare a Lui e di ritornare a Lui.
L’uomo contemporaneo ha spesso l’impressione di non avere
più bisogno di alcuno: si sente il centro di tutto e la misura
di tutto.
Si rivela quanto mai urgente reagire a simile deriva mediante il richiamo
dei valori alti dell’esistenza, che danno senso alla vita e possono
appagare l’inquietudine del cuore umano sempre alla ricerca della
felicità.
Esorto soprattutto i Pastori del gregge di Dio a una missione instancabile
e generosa per affrontare il preoccupante fenomeno della secolarizzazione.
Cristo rimane la luce, che illumina la ragione, l’uomo e il mondo”.
Le attese di Dio
La diagnosi del nostro tempo e l’accorato appello del Papa ben
fotografa anche la nostra realtà sociale ed ecclesiale e ci raggiunge
come forte sollecitazione proprio mentre ci chiediamo quali sono le attese
di Dio sulla nostra Chiesa, che cosa egli vuole che facciamo nei prossimi
anni.
Già in apertura della Lettera Pastorale La Parola di Dio abiti
tra voi nella sua ricchezza constatavo che “un’azione pastorale
efficace oggi non è facile.
Diventa allora indilazionabile sollecitudine dover progettare il futuro
della Chiesa della nostra Arcidiocesi e chiederci appassionatamente cosa
il Signore si attende da noi in questo momento storico.
Le difficoltà dell’oggi paradossalmente si rivelano una santa
opportunità, che ci sprona a ripensare la nostra pastorale per
essere in grado di trasmettere ancora la fede in Cristo in questo territorio,
irrorato dal sangue di tanti martiri, primo fra tutti sant’Erasmo”.
Così oggi il Signore ci ha convocati non solo per celebrare, con
emozione e gioia, il giorno della istituzione del sacerdozio ministeriale,
ma anche per accogliere l’indizione, ufficiale, storica e canonica,
del V° Sinodo della Chiesa di Gaeta.
Sinodo diocesano
Dal mistero della Chiesa prende significato e forza la realtà
del Sinodo diocesano: è esso espressione della comunione ecclesiale,
è assemblea radunata nella forza dello Spirito Santo, è
luogo privilegiato di confronto e di discernimento pastorale da parte
del Vescovo, insieme con i Presbiteri e con tutti i fedeli, è il
radunarsi di tutta la Chiesa diocesana per discernere ciò che oggi
è importante e decisivo per compiere la sua essenziale missione,
quella che la costituisce e la fa essere: celebrare nella liturgia il
mistero di Cristo morto e risorto, annunciarlo come Vangelo vivente e
testimoniarlo abitando nel mondo per costruirne la storia come storia
di uomini amati dal Signore.
Sono passati settanta anni dall’ultimo Sinodo di questa nostra Chiesa,
celebrato da Mons. Casaroli nel 1934, uno spazio di tempo che si è
caratterizzato per radicali mutamenti della situazione sociale e culturale.
Dopo il Concilio
Da quaranta anni il Concilio Vaticano II ha promulgato i suoi autorevoli
insegnamenti al fine, come amava dire Papa Giovanni XXIII, che sorgesse
una nuova primavera della Chiesa.
Collocato alla conclusione della visita pastorale dell’Arcivescovo
Mazzoni, al quale va il nostro grazie per il suo impegno e zelo, ora il
nostro Sinodo diocesano costituisce anche un prezioso frutto ed anche
una verifica del cammino intrapreso nelle varie parrocchie per dare alla
nostra Chiesa il volto di Chiesa missionaria in un mondo che cambia.
Se dalla mia venuta tra voi ho potuto rallegrarmi della premura di sacerdoti,
religiosi e laici, nel contempo ho sentito pure salire il desiderio che
sia promossa una pastorale d’insieme, che sia intensificata un’operosa
comunione presbiterale ed ecclesiale, che ci sia una condivisione di prassi
circa la catechesi, la liturgia e la testimonianza nel vivere la città
dell’uomo.
Tempo presente
Chi non lamenta l’ignoranza del Vangelo e la quasi mancanza di fede
solida, o la noncuranza della morale, o l’indifferenza dinanzi a
istanze etiche?
Chi non soffre per la condizione sociale, morale, e religiosa delle famiglie?
Chi non avverte i problemi dei nostri giovani, disorientati dallo sbandamento
morale, dal calo del senso della fede, della depressione, dei vari tunnel
di morte in cui si ritrovano disperati e possono finire per sperimentare
il cosiddetto “mal di vivere”?
Chi non è in ansia per il futuro delle nostre giovani coppie, o
per la crescente povertà di larghe fasce della nostra popolazione,
e l’ansia si fa preoccupazione per la cultura che si allontana sempre
più da Dio e dai valori naturali, umani e cristiani, o per il pensiero
debole e libertino passivamente acquisito dai mass media?
Così il conclamato “disincanto” del mondo e l’incalzante
secolarizzazione, hanno modificato il rapporto con il sacro e con Dio.
Lo stesso ricorso al sacro è avvertito spesso quale attentato all’autonomia
e alla emancipazione dell’essere umano.
Come parlare di Dio a un uomo divenuto adulto, si chiedeva il teologo
Bonhoeffer nei primi decenni del secolo scorso; come parlarne oggi, ci
domandiamo anche noi, in un clima culturale che ha radicalizzato quell’istanza
di una autonomia esasperata accentuando un pluralismo di pensiero e di
prassi.
Tuttavia rimangono sempre aperte le questioni del senso e delle ragioni
della vita, del perché del vivere, gioire, soffrire e morire.
I dubbi dell'uomo
L’uomo continua a chiedersi anche ai nostri giorni quale è
la posta in gioco della sua esistenza e di conseguenza se vale la pena
impegnarsi nelle lotte sociali, se è giustificata la sua passione
civile, se c’è un orizzonte altro al di là di quello
sperimentato e vissuto quotidianamente.
Gli argomenti riguardanti il “come vivere”, non hanno ancora
risolto quelli relativi al “perché” vivere.
Forse proprio per questo l’inquietudine esistenziale dell’uomo
è divenuta più bruciante.
Annunziare Cristo come salvezza può aver senso solo se si riesce
a comunicarlo come una proposta totale, capace di rispondere globalmente
a tutte le aspettative umane, presenti e future, spirituali e temporali,
personali e sociali e tra queste la presenza del male e il problema della
sofferenza.
Il nostro Dio salvatore non è lontano dalla sofferenza dell’uomo:
nella vicenda di Gesù di Nazareth egli si rivela intento a guarire
le infermità ed ad asciugare le lacrime delle sue creature.
Gesù infatti, pur proponendo un messaggio di alto profilo e pur
educando i suoi discepoli a spingere lo sguardo verso un traguardo di
vita inesauribile e trascendente, non ha trascurato di chinarsi sull’umanità
sofferente rivelando così il vero volto di Dio, che non rimane
indifferente al dolore dell’uomo.
Il breve tempo della vita pubblica di Gesù è stato in gran
parte assorbito ad ascoltare e curare una sterminata folla di ciechi,
di storpi, disperati, ai quali, pur non essendo indifferenti alla vita
dello spirito, in quel momento stava a cuore di essere guariti, consolati,
sostenuti nella quotidiana lotta per l’esistenza.
Ancor oggi l’azione della Chiesa e l’annuncio del Vangelo
non possono prescindere dall’orizzonte concreto e lacerante del
dolore.
Da qui come da una cattedra prendono la parola tutti i sofferenti del
mondo e da parte nostra la compassione verso l’uomo diventa il principio
di autenticità di ogni prassi credente.
Papa Benedetto XVI ha richiamato la Chiesa a rivedere la propria capacità
di dare testimonianza di speranza all’umanità e il nostro
Sinodo dovrà essere ecclesiale esame di coscienza e insieme risposta
credibile di un Vangelo vissuto, che diventa Vangelo predicato, anche
perché, sembrerà strano, le statistiche stanno a dirci che
alla Chiesa sono rivolte ancora molte e diverse richieste: le si chiede
di impegnarsi a ridurre il disagio provocato dalle povertà antiche
e dalla nuova e incalzante recessione economica; le si chiede di essere
luogo di integrazione sociale favorendo occasioni di incontri e di amicizia;
si auspica da più parti che essa si dedichi, come nel passato,
all’educazione delle giovani generazioni.
Permane ancora la domanda dei riti che solennizzano i momenti più
importanti della vita, e il favore per una religiosità popolare
che coinvolga emotivamente.
In non poche persone viva è l’attesa di formazione religiosa
per meglio comprendere e vivere il Vangelo.
I frutti del Sinodo
I frutti del Sinodo potranno guidare la nostra Chiesa a scoprire che
tali aspettative e richieste non dipendono soltanto dall’evoluzione
della società e delle singole persone, ma anche dalla loro offerta,
cioè dal modo di essere presenti nel territorio, di offrire, celebrare
e testimoniare Gesù Cristo, di collaborare per una convivenza più
ricca di solidarietà verso tutti.
Siamo in definitiva sollecitati all’ascolto della cultura del nostro
mondo, per discernere i semi del verbo già presenti in essa, anche
al di là dei confini visibili della Chiesa.
Non possiamo infatti escludere che i non credenti abbiano qualcosa da
insegnare riguardo alla comprensione della vita.
Un ascolto che non dimentichi la novità irriducibile del messaggio
cristiano, ma renda sempre più capaci di trasmettere la differenza
evangelica nella storia, di dare un’anima al mondo, perché
l’umanità tutta possa incamminarsi verso quel Regno per il
quale è stata creata.
Lo spirito del Signore è su di me
Ci è risuonata forte l’affermazione di Gesù ascoltata
nel Vangelo: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura: Lo Spirito
del Signore è su di me”.
Anche la nostra Chiesa è sotto l’azione dello Spirito, anche
ognuno di noi in forza del sacerdozio o regale del battesimo o ministeriale
dell’ordinazione dobbiamo sentirci continuamente generati dallo
Spirito Santo, che ci dona la vita di Cristo, che ci ricorda le parole
di Cristo per divenire suo corpo, sua Chiesa, sua parola vivente rivolta
a tutti.
Perciò in questi anni di Sinodo la nostra Chiesa e soprattutto
i Sinodali siano guidati da questa affermazione e da questa convinzione:
“Lo Spirito Santo e noi, per poter essere luce e sale”: così
ci sarà facile ascoltare quanto lo Spirito vorrà dire alla
nostra Chiesa, e quanto sia necessaria la conversione personale e comunitaria
per lasciarsi cambiare nella mente, nel cuore dallo Spirito Santo, che
vuol portarci alla mai finita assimilazione di Cristo Gesù dove
ogni “io” si senta sempre più partecipe del “noi”
della Diocesi, della parrocchia, del nostro territorio.
Ascoltando e obbedendo allo Spirito Santo saremo attenti anche a ciò
che egli vuole dirci e donarci per mezzo degli altri, vivendo quella comunione
voluta da Gesù come segno distintivo della sua Chiesa.
Il Santo Padre
Ci ha detto Papa Giovanni Paolo II: “Spiritualità della
comunione è capacità di cogliere anzitutto ciò che
di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo
come dono di Dio: un dono per me oltre che per il fratello” Novo
millennio ineunte, 43.
Sollecitati dalla novità dello Spirito ci chiederemo quali sono
le nostre responsabilità, che cosa dobbiamo fare e come dobbiamo
farlo, che cosa dobbiamo superare, che cosa mettere da parte, quali nuovi
itinerari da intraprendere insieme.
Grazia per la Chiesa
Il Sinodo sarà un rigoglioso e profumato giardino di speranza
se tutti ne favoriremo lo sviluppo con ricca fioritura e con abbondanti
frutti.
Solo così il nostro Sinodo potrà diventare la più
grande avventura che una Chiesa diocesana possa sperimentare per far sì:
che ci sia una primavera autentica di quanto il Concilio ci ha proposto;
che si raggiunga una maggiore comunione presbiterale ed ecclesiale;
che i fedeli laici si riscoprano anch’essi protagonisti dell’azione
missionaria della Chiesa intera;
che si cerchino occasioni nuove, vie, forme, linguaggi per un rinnovato
annunzio del Vangelo che possa raggiungere il cuore dell’uomo.
Questa sera l’amata Chiesa di Gaeta nelle sue varie e ricche realtà,
riunita in preghiera e sotto il soffio salvifico dello Spirito, inizia
la santa avventura del 5° Sinodo diocesano: lo Spirito e noi per essere
luce e sale per gli uomini del nostro tempo.
Ci sostenga la Madonna, Madre della Chiesa, splendido modello di docilità
allo Spirito Santo, serva fedele del Signore e dell’umanità.
Intercedano i santi nostri Protettori Erasmo e Marciano e quanti hanno
fatto bella la nostra Chiesa.
Amen”.
Il Capo Ufficio Stampa
comm. dott. Marcello Rosario Caliman
diacono
|
|
|