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Siamo in piazza s. Francesco: la chiesa a due navate in stile gotico con
influssi romanici e il convento iniziato dal poverello di Assisi nel XIII
secolo quando passò per Fondi, e ampliato da Onorato II Caetani
come si legge alla base della lunetta del portone ben lavorato in marmo
fig.1. Il mosaico della lunetta è opera del maestro Durso. All’interno,
tra le lapidi infisse nel muro divisorio delle due navate si può
notare il bassorilievo a finestra rappresentante la “coniuctio dextrarum”,
la congiunzione delle destre, in segno di eterna fedeltà, cioè
di matrimonio sintetizzato nel diritto romano nella formula “ubi
tu Gaius ego Gaia”, fig.2. Attualmente è stato restituito
a splendore dai frati minori che da una condizione di abbandono e di degrado,
l’hanno ristrutturato con gusto ma nello spirito della povertà
francescana. Notevole è il coro costituito da tredici stalli ogivali
in sintonia con la chiesa, e che ci ricordano l’ultima cena. Suggestive
e luminose le vetrate istoriate che al tramonto si animano di giochi di
colori sfumati; se poi si eleva il coro dei frati, l’atmosfera mistica
è completa. Il motivo ogivale lo ritroviamo nella recinzione metallica
dell’aiuola con la statua di s. Francesco, opera dello scultore
R. Raso, pure di Fondi, fig.3.
Si entra fugacemente nel chiostro aggraziato da verdeggianti agrumi incorniciati
da 22 colonne ottagonali con capitelli ed archi in pietra peperina, fig.4.
Sotto il porticato i resti dell’antico antiquarium in attesa di
essere trasferiti nella moderna sede del Museo Civico.
Usciti dal chiostro ci avviamo verso piazza Unità d’Italia;
alla nostra sinistra possiamo vedere i resti delle terme romane di età
imperiale, fig.5. Esse erano molto più estese; la loro posizione
ha costretto Corso Italia a piegare verso est-sud est; la loro presenza
fu scoperta durante i lavori di rifacimento della vecchia cappella di
San Rocco, distrutta dalla guerra. Il santo però si può
oggi ammirare a sinistra della piazza fig.6, dove fa bella mostra di sé
e ingentilisce non poco la piazza stessa trasformando in giardinetto confortevole
e grazioso un luogo prima circondato da vecchi tabelloni pubblicitari
che toglievano inoltre la vista sulla splendida piazza. E’ opera
dello scultore fondano Teo Di Cicco, residente in America, ma... col cuore
sempre qui.
Prima di addentrarci nel Corso Appio Claudio, l’antico decumanus
maximus dei Romani, diamo uno sguardo a sinistra all’opus incertum
di età sillana, del muro di cinta. Più in alto le finestre
arabescate del palazzo del Principe in cui risedette la famosa e bellissima
Giulia Gonzaga. Il palazzo fu terminato verso la metà del XV secolo.
Davanti a noi, fig.7, ammiriamo un monumento unico nell’area mediterranea,
per imponenza e stato di conservazione: la torre-faro del IV -III sec.
a.C. Nata come monumento funebre, forse un tropaeum, come ce ne sono tanti
nella nostra zona, venne in seguito elevata a torre di osservazione e
infine adattata a opera di difesa e anche a carcere. Essa è formata
da un bastione di forma cubica di circa venti metri di altezza che imbraca
la parte cilindrica che si eleva fino a trentatré metri. Sono visibili
nella torre quattro ambienti circolari di sei metri di diametro: uno che
riceve luce dalle aperture di fronte a noi; un secondo che riceve luce
dall’apertura di Piazza Matteotti fig.7a, all’interno; un
terzo che va dal terrazzo fino alla metà del cilindro; un quarto
che riceve luce da tre vedette: una rivolta a sud est, cioè verso
Setteaqui, Sperlonga, e che taglia a metà il Corso Italia; un’altra
rivolta verso le Querce di Cesare e il passo di Campodimele; una terza
infine che guarda verso la Torricella a guardia dell’antica Acquaviva,
cioè Vallecorsa vecchia, a cavaliere del passo che separa la valle
del Sacco da quella di Fondi. Noi però supponiamo che un quinto
ambiente sia tra la base del torrione e le prime bocche di luce. A destra
vediamo la possente mole della fortezza Caetani con le sue due torri angolari
costituenti due formidabili avancorpi. In verità tutto il complesso,
cioè il palazzo, il torrione, la fortezza, obbedisce ai canoni
di una tecnica difensiva sviluppata dai greci fin dal IV secolo a.C.,
che consisteva, per buona parte nel fare avanzare bastioni nei punti principali
e più accessibili della cinta urbana per costringere così
gli assalitori a spezzare le loro linee di attacco.
Ecco Porta Napoli, cioè l’ingresso al Corso, essa è
un esempio di porta scea (ricordate le famose porte scee di Troia?). Il
torrione infatti dividendo il Corso Italia col suo spigolo volto a est-sud
est, costringeva gli assedianti ad avanzare col fianco destro scoperto
in quanto lo scudo si portava con la sinistra. Da notare l’imbocco
di Corso A. Claudio fig.8 che prima invita ad entrare, ma poi si restringe
in una strettoia con scarse possibilità di manovra. Ecco perché
la porta della città è alquanto arretrata rispetto all’esterno
della fortificazione. In quest’ottica si può forse spiegare
il fatto che la porta ora risulta in linea con la parte esterna del muro,
ora in linea con la parte interna (primo e secondo incavo della parete
per l’uscita degli archi delle porte) fig.9. Infine al tempo dei
Romani in linea ancora più interna (terzo incavo in alto sullo
spigolo del Torrione.
Entrati in piazza Matteotti fig.10, l’antica piazza del mercato,
si ha un insieme ancora più raccolto e quindi più suggestivo
della parte interna dell’intero complesso; di cui osserviamo le
linee in fuga verso l’alto, quasi per alleggerire l’intera
massa: una sintesi plastica degli elementi principali della geometria,
il cerchio e il quadrato, il cilindro e il cubo. Da notare le prese di
luce del terzo ambiente (contando anche quello invisibile della base)
della parte cubica; l’entrata dal terrazzo della stessa al primo
ambiente del cilindro e infine le due vedette dell’ultimo ambiente.
Spostando lo sguardo a sinistra osserviamo che la fuga in orizzontale
della mole massiccia mortifica e limita il verticalismo del Torrione.
La sua parete spessa quattro metri si eleva dal muro di cinta. Si notano
due ampi portali che immettono nell’unico salone terraneo; più
su tre grosse finestre irregolari danno luce all’ampio salone del
primo piano adibito anche a carcere nei tempi passati. A questo si sale
dalla porta laterale piccolina, sormontata da una stele marmorea con una
colonna al centro, molto più antica di quanto comunemente si crede.
Essa non è lo stemma dei Colonna (che si trova invece all’interno
del Museo che ha sede proprio in questa fortezza), ma secondo noi è
un frammento di marmo greco bianchissimo e le due lettere scolpite ai
fianchi della colonna, fig.11, sono state interpretate con le iniziali
di Prospero Colonna, non notando a sinistra che il sigma greco è
stato adattato a lettera P. Per questa porta si sale, a destra, per una
scala a intercapedine, al primo piano; poi per un’altra scala pure
a intercapedine si sale al terrazzo panoramico. I due lucernari illuminano
le due ultime rampe.
A questo punto possiamo entrare e visitare il Museo oppure scendere verso
il Corso A. Claudio. Intanto ci troviamo di fronte il palazzo del principe,
costruito in vari momenti e con diversi adattamenti. Si eleva sulle mura
di cinta e comprende tutta la Banca Popolare e alcune abitazioni private
fig.12. Esso si presenta rimaneggiato in più punti e in epoche
diverse, sicché si può cogliere una certa armonia di linee
di forme solo nel lato est e in quello nord, con finestre ad arco e quadrate
con meravigliosi arabeschi nella parte superiore e protomi, cioè
figure umane e di animali, nelle chiavi di volta e lungo gli stipiti.
Ci colpisce un poderoso balcone ad angolo che stona parecchio con le linee
del palazzo. Attraverso il portale di ingresso di stile angioino con motivi
floreali agli angoli superiori e un’elegante cornice che abbellisce
e alleggerisce l’intera costruzione, si entra nel cortile in cui
ammiriamo l’elegante e svettante loggiato in stile ogivale, fig.13,
che noi riteniamo della stessa epoca delle navate della chiesa di s. Maria,
cioè della fine del XV secolo. Notevoli le finestre, fig.14, e
il motivo del portale d’ingresso ripetuto nelle finestre stesse
e negli ingressi. La scala maestosa che porta al loggiato è originale
e consta di 25 gradini mentre l’altra che porta a private abitazioni
è di epoca posteriore. Alle nostre spalle abbiamo l’ala del
palazzo aggiunta verso il XVII secolo, ora adibita a banca, allora a stalle.
Essa arriva alla parete della navata sinistra della chiesa cattedrale
e nasconde il rosone corrispondente a quello della navata di destra visibile;
uscendo dal cortile possiamo notare che il portone è fuori asse
e l’arco interno è a sesto ribassato, il che ci fa pensare
ad una precedente costruzione romana.
Con la fig.15 siamo in piazza Duomo che se fosse liberata dall’ala
aggiunta del palazzo (banca e altro), sarebbe la piazza più ampia
e più bella di tutta la città. Di fronte abbiamo la poderosa
facciata della
cattedrale di s. Pietro in stile romanico a tre navate, maestosa nel
suo insieme, che presenta un solo portale, come tutte le chiese di Fondi,
ad eccezione di s. Maria che ne ha tre. La convergenza delle linee verticali
verso l’alto, il timpano superiore con mosaico del maestro Purificato
rappresentante Gesù nel Getsemani, il rosone centrale, l’edicola
a baldacchino con s. Pietro che regge le chiavi, opera di Arnolfo Di Cambio,
la lunetta sul portale con mosaico ancora di Purificato, la cornice divisoria
dell’intera facciata, movimentano e spezzano la pesantezza dell’intera
parete così che la vista di insieme è piacevole armonica
e dinamica verso l’alto. A destra della Chiesa vediamo il campanile,
fig.16, massiccio, orientaleggiante, gotico nell’insieme, ma riflette
un’epoca più recente nella parte più alta la cui bifora
è più elegante e movimentata della bifora sottostante. La
cupola a forma di cono è troppo piccola rispetto al campanile,
e per questo non riesce ad alleggerire la mole. Ci avviciniamo al portale
di marmo bianco, ricco di movimento e finemente ricamato di colonne con
capitelli, protomi, modanature e motive floreali, fig.17. L’architrave
è scandito da sette nicchie con sei santi e Gesù benedicente
al centro. Lo stile è gotico-longobardo e ci ricorda quello delle
chiese francesi e inglesi della stessa epoca. La lunetta rappresenta Gesù
che offre le chiavi a s. Pietro, anch’essa è opera del maestro
Purificato.
Entriamo in chiesa; subito notiamo che ci troviamo sotto il piano stradale,
ed è questo il piano originario. Prima il pavimento si trovava
ad un’altezza superiore, come si può evincere dall’ingresso
sopraelevato di una cappella lungo la navata sinistra. Osserviamo che
i pilastri hanno differenti piedritti, segno di continui rifacimenti.
Sul terzo pilastro di sinistra ammiriamo un s. Pietro benedicente, con
le chiavi nella mano sinistra, la fattura del volto dichiara la sua origine
mediorientale, fig.18. Il santo è seduto su trono di animali, come
ad indicare il potere della Chiesa sulle forze irrazionali che vengono
anche arginate dal potere politico, come si può arguire dagli stemmi
dei duchi di Gaeta. All’inizio della navata sinistra si trova il
battistero in mosaico, rilevato dal centro della navata centrale, dove
si trovava anche il grande fonte battesimale in marmo, forse del 380.
Esso si può far risalire al XII secolo, stessa epoca dell’ambone
di scuola cosmatesca, presso l’altare sulla destra, che proviene
dalla chiesa di San Giovanni a Ponte Selce. Le quattro colonne dell’ambone
poggiano su due leoni, una tigre e un ariete. Forse questa chiesa può
ascriversi al tipo delle basiliche costantiniane.
Il pannello frontale del pergamo cosmatesco contiene un quadretto con
San Girolamo, l’autore della “Vulgata”, cioè
la Bibbia tradotta in latino dai testi semitici e greci, fig.19.
Sospesa all’arco maggiore dell’abside fa bella mostra una
croce lignea forse di epoca bizantina con i volti di s. Elena e di Costantino
il Grande, alle estremità del braccio orizzontale della croce (secondo
altri: la Madonna e San Giovanni ap.). Ci ritorna in mente l’accostamento
più su fatto della chiesa nostra con la basilica costantiniana,
fig.20.
Nel transetto di destra, al di là della pesante inferriata di protezione,
notiamo la cattedra cosmatesca, del XII secolo su cui sedette il 31 ottobre
1378 l’antipapa Clemente VII, ricevendo la tiara da Onorato I Caetani.
Si iniziò così il grande scisma d’Occidente, fig.21.
In fondo ammiriamo il sarcofago di Cristoforo Caetani, figlio di Onorato
I e padre di Onorato II il più illustre dei Caetani di Fondi, che
lo fece erigere prima del 1466, forse da Donatello, fig.22. Alla sinistra
di chi guarda è l’Annunciazione di C. Scacco, al centro;
ai lati s. Onorato col modellino del castello e San Mauro. Sulla parete
di destra vediamo un altro trittico raffigurante la Maestà con
San Pietro, a sinistra, e San Paolo a destra. Al centro la vergine col
Bambino che regge il mondo, e, inginocchiato, Onorato II Caetani, come
nella lunetta del portale maggiore di s. Maria. Autore del trittico è
Antoniazzo Romano.
In fondo alla navata si trova un altare barocco con la Madonna che allatta
il Bambino, con chiari influssi di Raffaello e di Giulio Romano. L’autore
di questi dipinti non ci è noto, forse è un meridionale
seguace del Criscuolo. Infine ammiriamo il Cristo deposto di F. Trevisan,
veneziano, quasi dormiente e in aspetto alquanto lontano da quello tradizionale
sofferente e in agonia. Importante del Duomo il prezioso archivio storico
che conteneva tra l’altro un “Exultet” del VI secolo;
e un inventario dei redditi e dei
beni della chiesa fondana, del XII secolo, che è considerato il
testo di partenza per lo studio della lingua italiana nell’area
campana.
Usciamo dalla chiesa e subito a sinistra vediamo una bifora elegante e
orientaleggiante con gli archi acuti bilobati simile a quella del campanile
e anche alla bifora del campanile di Santa Maria. In essa si possono cogliere
influenze dello stile bizantino.
Scendiamo il Corso A. Claudio: all’inizio, a destra, ci colpisce
una bellissima bifora con due archi a sesto acuto sorrette da una colonnina
con capitello di foglie di acanto di ispirazione corinzia, fig.23. La
fattura dei due archi si richiama al periodo gotico nella sua fase finale;
il timpano centrale a raggiera ci suggerisce un luogo di culto. Scesi
di circa cento metri all’ingresso dell’antico foro romano,
notiamo un imponente edificio il cui pianterreno e forse anche il primo
piano sono di epoca romana, fig.24. Forse trattasi della basilica dove
si svolgevano i processi e gli affari politici importanti. A due metri
circa sotto il basolato che stiamo calpestando, se ne trova un altro di
spesse lastre rettangolari di granito chiaro.
Davanti a voi l’attuale piazza s. Maria, fig.25. Fino a due generazioni
fa era il cuore della vita economica e politica della città. Anticamente
esisteva un porticato sul lato destro, sotto cui si incontravano solo
gli uomini per questioni di lavoro; le donne avevano poco a che fare con
questo luogo, in quanto erano intente solo alle faccende domestiche e
all’educazione dei bambini. L’ampia scalinata (rifatta) della
chiesa conferisce una nota teatrale alla piazza, quella precedente era
rovinata da cinque secoli di usura. Quante generazioni, quanti discorsi,
quanta vita su quelle scale! Esse continuano sotto l’attuale marciapiede
di calcare chiaro per una profondità di circa un metro e mezzo.
Così il podio della chiesa, rispetto al piano stradale, era ancora
più alto e dominava tutto il foro. La facciata della chiesa risultava
perciò ancora più imponente e sbalorditiva per chi usciva
improvvisamente da uno dei tanti vicoli perpendicolari alla piazza. Da
notare l’ampio sagrato dal quale forse i Romani, prima del cristianesimo,
dirigevano le assemblee popolari. Questa chiesa è l’unica
a Fondi ad avere tre portali e l’ingresso rivolto a sud, su cui
i sommi sacerdoti e gli auguri scrutavano gli astri del cielo alla maniera
etrusca (non sono da escludere antiche ascendenze etrusche). Il portale
centrale è di stile classico, fig.26, con stipiti e architrave
di marmo bianco finemente scolpiti con motivi floreali e con gli stemmi
dei Caetani di Aragona. La lunetta superiore contiene la SS. Vergine col
Bambino, al centro; mentre ai lati abbiamo s. Caterina martire e Onorato
II Caetani che fece erigere la chiesa nel 1490, come si legge nell’epigrafe
posta a sinistra del portale in alto. Disadorni sono il rosone e il timpano.
Il campanile è anteriore alla chiesa stessa; è in posizione
arretrata rispetto alla facciata, come se non volesse con la sua altezza
sciupare l’armonia delle linee e delle proporzioni della facciata
stessa. Le sue sei aperture danno luce e suggestione alle tre navate.
Notiamo la bifora al secondo piano, fig.27. A chi appartiene la testa
al centro sopra la bifora? La colonna tortile e gli archi bilobati, ma
più aperti, ci suggeriscono un’epoca intorno al mille.
Entriamo nella chiesa; incontriamo sulla destra un trittico attribuito
a Gabriele da Feltre, dedicato allo Spirito Santo tra s. Giovanni evangelista
e s. Giacomo, fig.28. Nella parte superiore notiamo la Vergine col bambino,
tra s. Onorato che regge in mano il castello e s. Sebastiano. Nella parte
inferiore sono rappresentati quattro dottori della Chiesa.
Più avanti scorgiamo una pala recentemente restaurata di autore
ignoto del XVII secolo. Rappresenta l’allegoria della Chiesa con
al centro una figura di florida donna con il simbolo dell’Eucarestia
nella mano sinistra e con il libro della dottrina nella destra. Ai lati
s. Giovanni battista e s. Matteo. Dall’alto dei cieli vigila la
Vergine col Bambino, angeli festanti e putti. In fondo alla navata, nel
transetto ammiriamo la Madonna del Cielo in atteggiamento di preghiera,
opera dello scultore G. B. Amato del XVI secolo, commissionata dalla nobildonna
Beatrice Ottinella, fig.29. Lo Spirito Santo protegge dall’alto
e una corona di angeli festanti, come quelli di prima, su fondo celeste,
impreziosisce tutto
l’insieme. Nell’abside della navata maggiore si osserva la
pala della dormizione della Madonna e della sua assunzione al cielo. Essa
è del 1534 e va attribuita a un pittore gaetano della scuola del
Criscuolo. La Vergine, tornando alla pala, dorme beata, protetta e paternamente
vigilata dai dodici apostoli; la scena dell’assunzione è
una festa di luce e di canti per la vergine che sale. I cinque seggi di
legno sotto la pala appartenevano all’antico coro ligneo. I due
bassorilievi del seggio centrale - la Vergine e s. Caterina - fissati
alla meglio sui due braccioli, furono segati negli anni ‘60 per
essere trafugati. Sul lato sinistro del transetto, di fronte alla Madonna
del Cielo, possiamo ammirare un ciborio del 1491, finemente scolpito a
bassorilievo con lo stemma dei Caetani tra due conucopie, nella parte
inferiore, mentre la parte centrale è costituita da un ambiente
a cassettoni, in prospettiva. I due stipiti riportano motivi già
presenti nel portale di ingresso.
Girando lo sguardo al centro del transetto notiamo due amboni uguali di
età rinascimentale con gli stemmi dei Caetani; di essi notiamo
i particolari dei capitelli. Proseguendo lungo la navata incontriamo una
pala recentemente restaurata con il battesimo di Gesù nel Giordano.
Notevole la colomba dello Spirito Santo e i quattro angeli festanti. La
prestanza fisica dei personaggi ci fanno pensare ad influssi michelangioleschi;
la pala è molto simile ad un affresco con lo stessa tema, sul soffitto
di un refettorio della Certosa di s. Martino a Napoli. Proseguendo incontriamo
due trittici di G. da Gaeta: il primo la pietà, contrariamente
ad altri simili, ha solo due personaggi centrali. Il dolore straziante
della Madonna è fissato in un gesto ripreso da due angeli, mentre
sulla croce incombono i simboli della passione: le tenaglie, i chiodi,
il martello, la canna con la spugna imbevuta di aceto. Il recente restauro
ha restituito la luce dorata al quadro. Il secondo trittico è la
Natività, affollato di personaggi: al centro abbiamo il presepe
con paesaggio pastorale e velo di angeli; a sinistra s. Marciano e a destra
s. Michele che lotta contro il drago. Nelle due cimase laterali si raffigura
l’Annunciazione; in quella centrale Cristo che benedice con un libro
aperto tra due angeli: Negli angoli superiori di ciascuna pala son dipinti
sei profeti. Prima di uscire paragoniamo l’interno della chiesa
di ieri con quello di oggi, fig.30.
Usciti fuori alla nostra destra, con le spalle alla chiesa, vediamo un
portale ogivale che immetteva, secondo alcuni studiosi, nel lupanare di
epoca romana. Fino a poco tempo fa sulla chiave di volta era figurato
un simbolo fallico. Da esso oggi si entra nella tormentata area della
chiesa di s. Antonio, sede dell’antica Confraternita della Morte,
in attività fino agli anni cinquanta. I confratelli, dediti a opere
di pietà, usavano lunghi camicioni bianchi. A sinistra del portale
infissa nel mura ad altezza d’uomo vediamo un bassorilievo, forse
parte di una stele, raffigurante un personaggio in atteggiamento solenne,
forse un magistrato con un “volumen” nella mano destra, fig.31.
Il luogo in cui si trova, la tradizione popolare, le grosse maglie di
ferro potrebbero suggerirci il luogo della pubblica gogna, i così
detti “collaria forensia” dei romani.
Lasciamo piazza s. Maria, l’antico foro romano (o forse l’antica
agorà greca?) e saliamo per via P. Giannone, perpendicolare al
portale centrale della chiesa. Passiamo sotto un “ponte” (meglio,
una struttura di collegamento tra caseggiati, o più precisamente
androni di nobili palazzi?) A Fondi sono numerosi e di diversa fattura;
sono strane strutture che fanno pensare a più di una funzione.
Prima di passare sotto il secondo “ponte”, guardando in alto,
tra il primo e il secondo piano, osserviamo un bassorilievo, sicuramente
facente parte di un grande fregio, rappresentante un dignitario imperiale.
Secondo la tradizione popolare, si tratterebbe dell’immagine di
Cristo incoronato di spine, con mantello di porpora e con lo scettro,
cioè il biblico “ecce homo”, fig.32.
Sotto il “ponte” notiamo un notevole dosso; sotto cui si trovano
locali di epoca romana. Alcuni dicono addirittura che ci sia un cunicolo
che porta all’interno della chiesa di s. Maria. Usciti ci troviamo
su un livello stradale molto elevato, tanto che bisogna scendere alcuni
gradini per giungere nella via parallela a destra. Sicuramente siamo sopra
notevoli resti di antiche costruzioni riempite o ricoperte di materiale
per esigenze di scolo delle acque. O forse perché Fondi è
una città sorta su terreno alluvionale e quindi soggetta a stratificazioni?
Questi resti sono causa di dissesti dei piani di molte strade della città,
(piazza Matteotti per esempio).
Scesi in via T. D’Aquino, guardando a sinistra, ammiriamo la pesante
facciata della chiesa di s. Domenico che al tempo di Ruggiero Dell’Aquila
fu data dai Benedettini ai Domenicani. Nel 1466 fu restaurata da Onorato
II Caetani, come si rileva da un’iscrizione sull’architrave,
su cui spicca lo stemma della famiglia, fig.33. L’interno è
a due navate, di cui la minore è di chiara ascendenza romanica,
come pure romanico è il chiostro. Sul secondo pilastro incastonata
in un concio è una figura mostruosa. La navata grande contiene,
sotto il pavimento delle tombe alle quali si accedeva per mezzo di una
scala al centro della navata. Si favoleggia anche della presenza di un
cunicolo che conduceva fino a s. Maria. Prima di entrare nel chiostro
diamo uno sguardo allo stemma marmoreo dei Fatebenefratelli, fig.34, sull’ingresso:
un melograno fiorito da cui sorge una croce con una stella a otto punte.
Una serie dei quadri dei Priori Generali dell’Ordine e degli altri
padri illustri e quello grande dell’eccidio dei frati nel 1656,
sono conservati nel Museo Civico.
Entriamo nel chiostro: ci colpisce la gravità della sua struttura;
23 colonne massicce di cui 20 ottagonali e tre rotonde sulle quali poggiano
gli archi del terrazzo. In questo monastero si trattenne dal 1272 al 1274
il grande Tommaso D’Aquino del quale indichiamo sul lato per cui
si sale al piano superiore, la sala in cui insegnò, e a fianco,
presso la scala, la cappella in cui fu sepolto il suo corpo per circa
un secolo, quando esso fu traslato a Tolosa, dove era diretto, fig.35.
Per via G. B. Migna sbuchiamo sulla piazzetta della Croce che un tempo,
priva di auto; era sempre piena di attività proprie di una società
contadina: panni stesi, prodotti agricoli messi ad essiccare, crocchi
di donne intente in mille faccende, frotte di ragazzi schiamazzanti davanti
a noi, un edificio con contrafforti e alta balconata, simile a quello
visto in via A. Saratta, è di epoca romana, con mura spesse che
fanno pensare più ad un’opera di difesa che a una costruzione
civile, fig.36.
Per via O. Flacco scendiamo fino a via T. Livio, dove possiamo osservare,
perfettamente conservato, uno dei più begli esempi di fortificazione
romana del II, I sec. a.C. con merlatura, camminamento e feritoie di manovra.
Una curiosità: il dislivello tra la via su cui siamo e la via F.
Filzi, al di là della fortificazione, è di oltre tre metri!
Alla destra di questa struttura possiamo vedere ancora dei giardini pensili,
come ce n’erano in altre parti della città.
Per via Virgilio sbuchiamo in una piazzetta che priva di auto, ci riporterebbe
agli anni quaranta, quando Fondi era un paese agricolo. Se aggiungiamo
giovani discorrenti sul far della sera, il quadro di ispirazione oraziana,
sarebbe perfetto con la sua suggestione di antico. Giunti in via M. D’Ettorre
osserviamo un portale ogivale di chiara derivazione gotica, fig.37, resto
di una dimora signorile ben più imponente delle modeste dimore
che lo fiancheggiano. Di fronte vediamo ancora uno di quei tanti “ponti”
di cui già si è parlato, fig.38. Passiamoci sotto e per
corso D. Alighieri, sbuchiamo in C. Appio Claudio.
Al numero civico 68 notiamo un portale meraviglioso a sesto ribassato
e scolpito a cuspidi piramidali su piedritti e capitelli di ispirazione
classica, fig.39. Sopra l’insegna dell’Hostaria di Iacopo
Spataro, del 1457. Questo portale con doppia filia di cuspidi è
unica a Fondi (per la verità è raro anche trovarlo altrove).
Poco più avanti a sinistra, in un angolo possiamo leggere l’epigrafe
frammentata di un interrex, antichissima magistratura romana: a Clodia
moglie di Caio Fusco, fig.40. Più avanti a destra in alto, posta
sotto il balcone della così detta “casa del passeggero”,
leggiamo l’epigrafe “Beato l’uomo che comprende anche
il povero e il bisognoso, nei cattivi momenti (o forse è meglio
leggere nel giorno del giudizio?) il Signore lo libererà”,
fig.41.
Giunti a Porta Roma, davanti a noi si offre la vista della chiesa sconsacrata
di s. Bartolomeo, di stile cistercense, con un portale ogivale, ormai
ridotto a portone, e una cupola, di cui ormai restano due monconi, e un
disadorno rosone. Il timpano superiore forse conteneva anche le campane,
fig.42. Dietro la chiesa, in fondo all’abside è visibile
e ben conservata una bifora strombata sobriamente elaborata. Si chiamava
chiesa della Annunziata con un orfanotrofio per le fanciulle esposte.
Dentro, tra l’altro si potevano ammirare il quadro dell’Annunziata
dello Scacchi e l’affresco di Giulia Gonzaga. Fu eretta forse dalla
famiglia Dell’Aquila di cui è visibile l’emblema al
centro dell’arco di mezzo (XIII sec.). Sul pilastro destro si può
vedere molto consunta dal tempo, l’epigrafe che diceva “Nel
nome del Signore Gesù Cristo, nell’anno 1427 il primo marzo
fu edificata questa cappella per la chiesa dell’Annunziata di Fondi
al tempo del procuratore Nicola Petri De Dilla…“ La cappella
di cui si parla era situata al basso, fig.43.
Alla sinistra di Porta Roma, dietro il bastione, scorgiamo un bel tratto
di mura poligonali forse anteriori al V secolo. È un tipo di muro
che troviamo diffuso in tutta l’area mediterranea, finanche a Delfi,
fig.44. Qui, da noi, la tecnica di incastro dei blocchi obbedisce ad un’esigenza
di difesa contro gli “arieti” degli assalitori: le forze statiche
dei blocchi convergono verso il centro; i blocchi stessi hanno almeno
sei punti di attrito tra loro e tra essi non vi sono scaglie di riempimento.
E’ un miglioramento indiscutibile della tecnica costruttiva dei
muri, che culminerà nell’opus reticulatum, proprio dei Romani.
La torre quadrata, intatta con i suoi tre piani di manovra, è a
40 metri di distanza dal bastione, secondo la tecnica muraria dei Greci.
Si notino in alto le feritoie a croce. Il muro poligonale continua inglobato
nelle costruzioni, fino alla curva che il muro fa piegando verso sud (angolo
ovest delle mura). Sono ancora visibili una postierla e una torre simile
alla prima, entro la rotonda che si vede sul marciapiedi.
Percorrendo via Itri giungiamo all’ingresso di via Campodimele oltre
il quale ammiriamo un lungo tratto con una rotonda, quasi intatto, del
muro di prima difesa di epoca medievale (forse della prima metà
del 1300, fig.45. Nel terrapieno, tra i due muri, si trovano cisterne
capaci di raccogliere molta acqua. Le mura di Fondi costituivano un sistema
di difesa di tutto rispetto e rispondente alle esigenze di lunghi assedi,
altro che opera approssimativa!
Salendo via Campodimele, a destra, vediamo un altro dei tanti “ponti”
con l’impiantito alla vecchia maniera (travi di sostegno e listelli
detti “chianchiarelle” in dialetto fondano), fig.46. Questo
ponte immette nel famoso “pizz mastrucc”, con riferimento
alla trappola per topi, detta in dialetto “mastrucc”, in quanto
chi entrava in questi vicoletti aveva poi difficoltà ad uscirne.
Percorriamo via R. Dell’Aquila, parallela alla linea del muro di
difesa esterno, e notiamo che i numerosi vicoletti trasversali ad essa,
permettevano di accorrere velocemente, in caso di assedio, alla difesa
stessa. Arriviamo così in largo Aurilio Rufo, fig.47 (con la facciata
sud della Giudea). Questo Rufo va identificato con certo Rufo citato da
Ovidio: “Maxima Fundani gloria, Rufe, soli”. Cioè:
O Rufo, grandissima gloria della terra fondana. Siamo nel cuore del quartiere
ebraico; a sinistra vediamo un portale la cui chiave di volta reca scolpito
un giglio. Un massimo conoscitore delle vicende ebraiche nostrane, suppone
che essa fosse la sinagoga. Il popolino chiama il complesso edilizio “casa
degli spiriti”. La piazza una volta era molto più grande
in quanto il corpo di fabbrica, attraverso il quale entriamo nel cuore
della Giudea, fu aggiunto nel 1800. Caratteristica di questa è
la presenza, in un ampio cortile, di numerose scale che portano alle antiche
abitazioni, in genere con la sola entrata, come del resto in moltissime
casupole del centro storico antico. La casa, in una società prevalentemente
agricola, era solo un dormitorio, in quanto le vie e le piazze soddisfacevano
pienamente le semplici esigenze della vita. Il quartiere ebraico si estendeva
oltre gli attuali confini, giungendo forse fin a Corso A. Claudio. Le
attività principali degli ebrei erano la macelleria e la lavorazione
del lino e della canapa. Era tanto diffusa questa industria che gli Statuti
di Fondi assegnano luoghi particolari per la maturazione delle fibre:
il Lago di Fondi e il Lago s. Puoto per i pubblici maturatori; il Lagurio
e i pantani sono per quelli privati. Possedevano estesi territori da cui
traevano la materia per le loro attività; avevano anche
una scuola solo per sé. Gli Ebrei cominciarono a decadere agli
inizi del XVI secolo, quando Isabella Colonna trascurò la piana
che divenne incolta e acquitrinosa e la città si spopolò.
Uscendo per via Olmo Perino ci troviamo di fronte al porticato a tutto
sesto dell’ingresso della vecchia chiesa delle Benedettine, fig.48.
Sorgeva in quest’area un monastero buttato giù, perché
pericolante, nel 1969. C’era anche un brefotrofio con la ruota degli
esposti e dei trovatelli. La chiesa annessa, dedicata a s. Sebastano,
era un gioiello del barocco napoletano, con numerose tele recuperate e
distribuite nelle varie chiese di Fondi. Il porticato sull’ingresso
porta lo stemma dei Caetani, fig.49.
A metà della via s. Benedetto, ai piedi del muro di cinta fig.50
scorgiamo numerosi blocchi delle mura ciclopiche demolite in anni recenti
e buttati lì nel terriccio. Delle mura restano consistenti tratti
di cui vediamo un esempio illuminante uscendo su via degli Ausoni. Procedendo
per via degli Ausoni incontriamo la famosa e ben conservata Portella a
sesto ribassato, fig.51, restaurata alla meglio. Essa a differenza delle
altre porte, è parte costitutiva delle mura e non avulsa da esse
(come sembrano, invece, dalle foto d’epoca e dai rilievi, le porte
Roma e Napoli). Nel diminutivo “portella” noi ravvisiamo un’altra
funzione del manufatto, cioè quella di paratoia e le scanalature
negli stipiti e la modesta luce dell’arco, rafforzano questa ipotesi.
La fig.52 mostra l’interno della Portella. Va detto che da qui giungeva
l’acqua alla città. Salendo la scalinata a est della Portella,
all’interno, possiamo vedere blocchi ciclopici e un muro in opus
incertum. Alla fine dello slargo, a sinistra, ammiriamo il prosieguo del
muro ciclopico di enormi blocchi e una postierla.
Percorrendo via Pellegrino Vescovo possiamo vedere il muro ciclopico dall’interno.
Scendendo in via V. Gonzaga e prendendo a sinistra, ci troviamo in piazza
del Cardinale, dove ci salta agli occhi la grande scala che conduceva
al palazzo del cardinale Soderini. Una cuoriosità: all’altezza
di circa tre metri, lungo la linea intonacata, sotto un gancio di ferro,
era infissa nel muro una testa con grandi occhi che alcuni vecchi dicevano
che fosse la testa dell’antipapa Clemente VII, fig.53. È
stata scoperta, divulgata e sparita! Alla fine di via A. Gramsci, a sinistra
ammiriamo un bel tratto in opus incertum di età sillana. Dalla
fattura si può conoscere la tecnica costruttiva dei Romani, detta
a sacco, cioè due cortine e nel mezzo pietrame di scarto della
lavorazione dei blocchetti tronco-piramidali, fig.54. In fondo la torre
angolare detta degli Stracciati. Sotto di essa è possibile vedere
ampi locali, lungo il muro di cinta: forse cisterne o ripari per soldati.
Di questi ambienti se ne possono vedere altri lungo tutto il muro est
della cinta. All’inizio del giardino spartitraffico, ammiriamo la
Madonna col Bambino, pure di T. Di Cicco, fig.55.
Andando verso il castello, incontriamo una torre quadrata in opus incertum,
appoggiata al muro che oggi si presenta molto manomesso.
Potremmo concludere qui in piazza Unità d’Italia il nostro
giro, ma non possiamo tralasciare di dare qualche cenno alla Porta Vescovo
e a via Cavour, il decumano minor meglio conservato; all’inizio
di esso, a destra osserviamo un maestoso portale con la chiave di volta
recante lo stemma del vescovo O. Rossi, fig.56.
Un poco più avanti a sinistra notiamo un portale simile a quello
del palazzo del Principe, fig.57.
Più giù a destra al civico 19 un altro portale simile, fig.58.
A prima vista la facciata sembra quella di una chiesa. Poco più
avanti a sinistra viene indicata la casa di s. Sotero, XIII Pontefice,
fig.59, dal 168 al 177.
La fig.60 ci mostra la bocca del forno di s. Sotero, dove sono avvenuti
miracoli. Il santo viene festeggiato il 22 aprile.
Scendendo e prendendo a destra, ci troviamo in via Mazzini, il cui piano
stradale è elevato e irregolare: sotto si nascondono ambienti ancora
accessibili, archi tunnel che portano nel foro. L’edificio alla
fine della via, la galleria A. Claudio è romano: sotto di esso
a un paio di metri, trovasi un basolato chiaro di grossi blocchi squadrati.
se si potesse esaminarlo potremmo sapere se si tratta del foro o dell’agorà.
Qui, proprio nel cuore della città finisce il nostro giro.
Ora potrete conoscere meglio la città e arricchire la conoscenza
con mille altre osservazioni che più facilmente potete fare percorrendola
meno frettolosamente. Un’ultima provocazione: l’obelisco in
piazza potrebbe essere il “mundus”, cioè il luogo sacro
dove i fondatori della città ponevano un pugno della loro terra
patria e le primizie bene auguranti, e che poi coprivano con una lapide.
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